Legalizzazione cannabis in Italia
Cbd express

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Ultime novità riguardo la legalizzazione della cannabis in Italia

Recentemente si è mosso qualcosa sulla strada verso la legalizzazione della cannabis in Italia; qualcosa che fa ben sperare, ma che allo stesso tempo va anche ben analizzato e compreso.

Tutto parte dall’ennesima sentenza della Cassazione in un processo riguardante la cannabis e lo spaccio di stupefacenti, la quale si pronuncia a favore di una linea meno restrittiva e più analitica. Le precedenti sentenze su casi di persone che erano state scoperte a coltivare cannabis, hanno praticamente tutte vertito su una totale condanna per spaccio di stupefacenti, indifferentemente dal numero di piante, lo stato di maturazione di queste e le quantità di principio rinvenute; oppure su un’assoluzione da questo capo di accusa per l’insussistenza di condotte penalmente punibili, come ad esempio la sentenza 33835 del 2014 o la 36037 del 2017.

All’udienza del 19 dicembre 2019 le Sezioni Unite della Cassazione hanno deliberato che la coltivazione domestica e rudimentale di cannabis per evidente uso personale non costituisce materia di reato penale, se da questa è facile capire immediatamente che il prodotto derivato dalle piante non è sufficiente per un’attività illecita di spaccio di sostanze stupefacenti. Una sentenza che non è nuova dunque, che non inaugura un nuovo percorso verso la legalizzazione delle droghe leggere, ma che sicuramente dimostra che una parte della magistratura cerca di dettare principi più ragionevoli e meno restrittivi riguardo l’autoproduzione di marijuana.

Se facciamo un salto indietro di qualche giorno fino al 15 dicembre, il senatore Matteo Salvini prende parola in Aula per ringraziare il Presidente del Senato Casellati, la quale si era opposta all‘emendamento AS1586 firmato dai senatori Mollame e Mantero e inserito all’interno della manovra finanziaria (tra gli emendamenti non urgenti) per l’introduzione di accise sulla biomassa derivata dalla Canapa industriale (ossia inflorescenze, olii ecc). Gli oppositori di questa proposta hanno dichiarato che fosse inammissibile questo emendamento, sottolineando che si trattasse di una vera e propria droga, e che dunque non fosse possibile rendere la sostanza legale.

A distanza di pochi giorni prima la politica e poi la magistratura si sono pronunciati su un dibattito che quest’anno è stato particolarmente vivace. Questa volta però le prese di posizione sembrano diverse e più lontane, e il caos aumenta. Questa strana situazione e il costante allarmismo dei media non aiutano nella comprensione dello scenario italiano sulla cannabis, che sia questa stupefacente o semplice marijuana legale. In questo articolo cercheremo di fare chiarezza, addentrandoci nella questione “legalizzazione cannabis” attraverso i principali avvenimenti dell’ultimo mese.

Legalizzazione droghe leggere italia: l’autoproduzione ora è legale?

Ad oggi in Italia l’autoproduzione di cannabis è ancora illegale, nonostante la sentenza appena emessa dalla Corte dopo l’udienza del 19 dicembre 2019. Questo perchè la Cassazione non ha potere legislativo, essendo un organo della magistratura, che deve invece arbitrare durante le contese di un processo. In Italia spesso la giustizia segue delle linee interpretative del testo di legge, il quale spesso è ambiguo e lacunoso, proprio come nel caso della cannabis light e la canapa in generale. Ecco cosa si evince dalla massima provvisoria della Corte:

“Il reato di coltivazione di stupefacente è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente”. “Devono però ritenersi escluse, in quanto non riconducibile all’ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni, svolte in forma domestica che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore“.

Il concetto di per sè è semplice: coltivare marijuana è un reato penale, ma non sempre è seguito dal reato di spaccio di sostanze stupefacenti. Sembrerebbe dunque che se una coltivazione ha un aspetto “casalingo”, allora sicuramente non viene mantenuta per fini di spaccio, ma solo per uso personale. Per comprende a fondo la sentenza del 19 dicembre bisognerebbe leggerla completamente e soprattutto aspettare prima di trarre conclusioni affrettate. Inoltre è fondamentale ricordare che in questo modo la Corte ha solo dato nuove indicazioni circa questi casi di autoproduzione, ma non ha stabilito nuove leggi o norme. Di questo se ne occupa la politica, che su questo argomento è divisa. I chiarimenti sulle parole espresse dalla sentenza saranno sicuramente a riguardo di alcune espressioni come: “minime dimensioni”, “rudimentali tecniche”, “scarso numero di piante” ecc.

Non si può negare che questa nuova interpretazione della legge sia una notizia positiva per gli amanti e gli imprenditori della cannabis, ma forse è ancora presto per cantare vittoria, quindi aspettiamo gli sviluppi della questione e speriamo in un nuovo passo avanti della politica italiana.

Regolamentazione mercato cannabis light: il senato dice no.

Il sogno di tutti i produttori e venditori di cannabis light, ossia l’approvazione di una più precisa regolamentazione della produzione e vendita di cannabis light, sta passando una fase travagliata del proprio percorso verso la sua concretizzazione. Nell’ultimo anno alcune dichiarazioni della politica avevano fatto preoccupare gli investitori, anche per via dei continui controlli da parte delle forze dell’ordine sui prodotti di libera vendita (derivati della canapa) presenti nei grow shop. Nonostante ciò, il mercato non ha dato segni di una vera battuta d’arresto, ma anzi ha lamentato un esubero di offerta. Ad alimentare le speranze di questo settore (e di tutti i movimenti pro legalizzazione cannabis) è stata la proposta di alcuni senatori M5S più di un mese fa, poi fortemente respinta dal presidente del Senato Casellati e osteggiata pubblicamente dal senatore Matteo Salvini.

Questo ennesimo tentativo di portare il tema della cannabis in Parlamento si materializza nell’emendamento AS1586, che vede tra i primi firmatari Francesco Mollame (Segretario della 9ª Commissione permanente dell’Agricoltura e produzione agroalimentare), e Matteo Mantero (promotore dell’ultima legge a favore della legalizzazione cannabis, depositata in parlamento).
Questo emendamento si sarebbe dovuto inserire all’interno della manovra finanziaria, che però al momento deve estromettere qualsiasi proposta che non sia direttamente connessa alle più urgenti esigenze economiche, che sono infatti la priorità, soprattutto a seguito dei danni provocati dalle calamità naturali, delle conseguenza dell’eccessivo sfruttamento dei suoli e dell’inquinamento antropogenico. Era richiesto il suo internamento nella manovra finanziaria perchè prevedeva l’imposizione di un’accisa sui derivati della biomassa di canapa, rivolta sia ai produttori italiani che ai primi venditori al consumo stranieri.

Andiamo ora ad analizzare meglio il testo dell’emendamento, e nello specifico il punto 3 – Lettera C di questo articolo di Legge. Da questo possiamo presupporre che lo Stato riconosca legali e di libera vendita le infiorescenze, gli oli e qualsiasi altro prodotto con alta percentuale di CBD, e che quindi l’imposta pagata sui fiori e derivati della cannabis diventi la prova della loro legalità.

I punti D ed E (sempre dell’Art. 62-quinquies), invece si rivolgono ai produttori e venditori in Italia dei suddetti derivati, introducendo l’obbligo di ottenere una nuova licenza. Il primo punto prevede che gli esercenti e i coltivatori siano obbligati al pagamento dell’imposta, che debbano essere muniti di una licenza fiscale che li possa identificare, la quale viene rilasciata dal competente Ufficio dell’Agenzia delle Dogane. Inoltre essi sono tenuti al pagamento di un diritto annuale dal costo di 258 euro.
Al secondo punto invece viene spiegato che l’imposta dovuta dai produttori calcolata sulla base dei dati e degli elementi richiesti dall’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, che devono essere indicati nelle dichiarazioni obbligatorie ai fini dell’accertamento.

Torniamo un momento sul significato di questa possibile accisa sulla biomassa della canapa, che è da imporre sia per i produttori italiani, sia per quelli stranieri che intendono imporsi sul mercato italiano. Citando il testo di legge, vediamo come questa tassa sia da applicare: “al fabbricante per i prodotti ottenuti nel territorio nazionale” (Art.62-quinquies Lett. B n° 1), e “al soggetto che effettua la prima immissione in consumo per i prodotti proveniente dai paesi UE” (Art.62-quinquies Lett. B n° 2).

L’imposizione della stessa accisa sia sui produttori italiani che sui venditori stranieri non è una tattica da ritenersi vantaggiosa per i nostri connazionali, in quanto questa manovra non agevolerebbe la crescita e lo sviluppo delle aziende italiane di settore, che si ritroverebbero a competere con venditori esteri i cui capitali vengono molto meno tassati dei nostri, rendendo quindi la competizione meno equa (senza contare che non sono stati stabiliti dei veri e proprio standard di produzione, il che potrebbe far pendere l’ago della bilancia ancora di più dalla parte dei venditori stranieri).

Purtroppo anche questa proposta si è rivelata insoddisfacente e incompleta, oltre che rischiosa per gli investitori italiani che credo in questo progetto dal 2016. L’emendamento comunque è stato ritirato per mancanza di parere favorevole della maggioranza, senza nemmeno essere discusso nella seduta predisposta, alla quale il senatore Mantero era anche assente. Gli imprenditori italiani di questo settore emergente dovranno dunque continuare ad esercitare la loro professione all’interno di un vuoto legislativo che non vuole essere colmato, con le conseguenze che ormai siamo abituati a conoscere: controlli e sequestri di merce a tappeto di negozi e aziende agricole, con il rischio che queste possano chiudere definitivamente a causa dei continui stop.

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